Classificazione dei rifiuti con codici specchio – conclusioni dell’Avvocato generale presso la Corte di giustizia europea sulle cause riunite C‑487/17 a C‑489/17 

(a cura dello Studio Librici)

La questione attiene al sequestro probatorio di varie discariche nelle quali erano stati trattati i rifiuti, disposto dal GIP di Roma il 22 novembre 2016 e il 16 gennaio 2017, su richiesta del Pubblico Ministero e all’annullamento dello stesso deciso dal Tribunale per il riesame il 28 febbraio 2017 con la contestazione dell’interpretazione della pubblica accusa basata sulla presunzione di pericolosità dei rifiuti.

L’impugnazione da parte della Procura della Repubblica di Roma di questi ultimi provvedimenti davanti alla Corte di Cassazione per la supposta erronea interpretazione delle norme in materia di classificazione dei rifiuti, ha indotto il Giudice del rinvio a sottoporre la questione alla Corte di giustizia europea al fine di risolvere i dubbi interpretativi sulle norme europee in materia. Dubbi alimentati anche dal dibattito suscitato dalla diversa posizione assunta da parte della dottrina, favorevole alla tesi «della certezza» - ovvero della «pericolosità presunta» - che, ispirandosi al principio di precauzione, presume la pericolosità del rifiuto, salvo prova contraria, e altra parte favorevole invece alla opposta tesi della «probabilità», secondo la quale il principio dello sviluppo sostenibile imporrebbe di valutare previamente la pericolosità del rifiuto mediante analisi appropriate

Quindi, il Giudice del rinvio ha posto alla Corte le seguenti domande pregiudiziali:

1) Se l’allegato alla decisione [2014/955] ed il regolamento [n.1357/2014] vadano o meno interpretati, con riferimento alla classificazione dei rifiuti con voci speculari, nel senso che il produttore del rifiuto, quando non ne è nota la composizione, debba procedere alla previa caratterizzazione ed in quali eventuali limiti.

2) Se la ricerca delle sostanze pericolose debba essere fatta in base a metodiche uniformi predeterminate.

3) Se la ricerca delle sostanze pericolose debba basarsi su una verifica accurata e rappresentativa che tenga conto della composizione del rifiuto, se già nota o individuata in fase di caratterizzazione, o se invece la ricerca delle sostanze pericolose possa essere effettuata secondo criteri probabilistici considerando quelle che potrebbero essere ragionevolmente presenti nel rifiuto.

4) Se, nel dubbio o nell’impossibilità di provvedere con certezza all’individuazione della presenza o meno delle sostanze pericolose nel rifiuto, questo debba o meno essere comunque classificato e trattato come rifiuto pericoloso in applicazione del principio di precauzione.

L’Avvocato generale deduce che l’applicazione corretta del principio di precauzione presuppone una valutazione dei rischi quanto più possibile completa, tenuto conto delle circostanze specifiche, in grado di dimostrare concretamente la necessità dell’adozione di specifiche misure di tutela che non possono essere validamente motivate con un approccio puramente ipotetico del rischio, fondato su semplici supposizioni non ancora accertate scientificamente.

Quindi,  per classificare un rifiuto con una voce pericolosa (MH) non è sufficiente addurre un semplice dubbio sulla sua pericolosità, invocando il principio di precauzione. Se lo fosse, tutti i codici specchio condurrebbero alla classificazione del rifiuto come pericoloso. Siffatta classificazione richiede invece un’analisi individuale della composizione del rifiuto e la successiva verifica dell’eventuale pericolosità delle sostanze che lo compongono. A tal fine, il produttore o detentore del rifiuto non ha l’obbligo di sottoporlo ad analisi esaustive al fine di individuare tutte le sostanze pericolose, ai sensi del regolamento n. 1272/2008, eventualmente presenti nello stesso e tutti i possibili indizi di pericolosità che esso può comportare, in applicazione dell’allegato III della direttiva 2008/98, egli deve, invece, effettuarne un’adeguata caratterizzazione basata prima sull’accertamento della sua esatta composizione e, successivamente, sulla verifica della pericolosità delle sostanze così individuate.

I diversi modi per raccogliere informazioni sulla composizione pertinente del rifiuto, sulle sostanze pericolose presenti e sulle potenziali caratteristiche di pericolo dello stesso sono indicati al punto 52 del documento che si chiude con il suggerimento dell’Avvocato generale alla Corte di giustizia di rispondere alla Corte di Cassazione nel modo seguente:

1) il produttore o detentore di un rifiuto classificabile con un codice specchio ha l’obbligo di accertare la composizione di tale rifiuto e di verificare successivamente, mediante calcolo o prova, se esso contenga sostanze pericolose o che presentano uno degli indizi di pericolosità elencati nell’allegato III della direttiva 2008/98 o nell’allegato IV del regolamento (CE) n. 850/2004. A tal fine si possono utilizzare i campionamenti, le analisi chimiche e le prove previsti dal regolamento (CE) n. 440/2008 oppure riconosciuti a livello internazionale o ammessi dal diritto interno dello Stato membro.

2) Il principio di precauzione o cautela non può essere fatto valere dal produttore o detentore di un rifiuto come pretesto per non applicare la procedura di classificazione dei rifiuti con codici specchio di cui alla direttiva 2008/98 e alla decisione 2000/532, salvo che l’analisi della sua composizione e/o degli indizi di pericolosità dei suoi componenti risulti impossibile».

Cessazione della qualifica di rifiuto di conglomerato bituminoso

I chiarimenti del Ministero dell’Ambiente

(a cura dello Studio Librici)

Come è noto il 3 luglio scorso è entrato in vigore il D.M. 28 marzo 2018, n. 69 relativo alla disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto di conglomerato bituminoso ai sensi dell’art. 184-ter, co. 2 del D. Lgs. n. 152/2006. Entro il prossimo 31 ottobre le imprese in esercizio dovranno adeguarsi al nuovo Regolamento chiedendo all’autorità competente l’aggiornamento della comunicazione semplificata ex art. 216 del D. Lgs. n. 152/2006.

Con nota prot. 16293 del 5 ottobre 2018 il Ministero dell’Ambiente, rispondendo al quesito della SITEB, chiarisce che l’adozione del decreto ministeriale del 2018 ha determinato la cessazione dell’applicazione delle previsioni di cui al D.M. 05/02/1998, ovviamente solo per i rifiuti di conglomerato bituminoso (codice EER 17.03.02). In particolare evidenzia che Il D.M. n. 69 disciplina solo i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto nelle attività che il D.M. 05 febbraio 1998 prevede al punto 7.6.3 lettere a) b) e c) dell’allegato 1, non potendo, visto il tenore della delega che si legge al comma 2 dell’articolo 184-ter, incidere su aspetti, quantitativi e condizioni necessari per poter operare in procedure semplificate di recupero.

Quindi, restano valide ed efficaci tutte le disposizioni del D.M. 05/02/1998 inerenti ai limiti quantitativi previsti all’allegato 4, le norme tecniche di cui all’allegato 5 ed i valori limite per le emissioni di cui all’allegato 1, suballegato 2, o dalle autorizzazioni concesse ai sensi del Titolo III-bis parte IV e del Titolo I, Capo IV, parte IV del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, vale a dire autorizzazioni integrate ambientali (AIA) e autorizzazioni ex art. 208 d. lgs. n. 152/2006.

 

Inoltre, il Ministero puntualizza che le analisi sul granulato di conglomerato bituminoso, ovvero il conglomerato bituminoso che ha cessato di essere rifiuto, devono essere eseguite da un laboratorio certificato ai sensi della norma UNI EN ISO 9001:2015. Tuttavia è opportuno evidenziare che tale norma riguarda soprattutto gli aspetti organizzativi e gestionali del laboratorio e non la qualità dei dati analitici prodotti, la quale, invece, rientra nell’accreditamento ai sensi della norma UNI EN ISO 17025:2017.

Infine, nessun chiarimento viene dato in merito al conglomerato bituminoso qualificato come sottoprodotto ai sensi dell’art. 184 bis del TUA. Infatti, l’art. 1 co.2 del D.M. n. 69/2018 esclude espressamente l’applicazione del Regolamento a tale fattispecie, confermando così la possibilità che il rifiuto di conglomerato bituminoso generato nell'ambito di un articolato processo di produzione, come, per esempio, il servizio di manutenzione stradale, di cui la demolizione del manto stradale costituisce soltanto la fase preliminare, afferisca alla qualifica di sottoprodotto, ovviamente nel rispetto delle condizioni previste dal citato art. 184 bis.

 

 

 

 

 

 

 

 

Utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura: il D.L. n. 109/2018 convalida i limiti del D. Lgs. n. 99/92

(a cura dello Studio Librici)

Con l’art. 41 del D.L. 28 settembre 2018, n. 109, pubblicato nella G.U.R.I. n. 226 del 28-9-2018 e contenente “disposizioni urgenti per la città di Genova, la sicurezza della rete nazionale delle infrastrutture e dei trasporti, gli eventi sismici del 2016 e 2017, il lavoro e le altre emergenze, vengono dettate anche disposizioni urgenti sulla gestione dei fanghi di depurazione, al fine di superare le criticità determinatesi per il loro utilizzo in agricoltura ai sensi del D. Lgs. n. 99/92, a seguito delle decisioni della Giustizia penale e della Giustizia amministrativa nei confronti delle ordinanze emanate da varie regioni.

La norma, in attesa di una revisione organica del D. Lgs. n. 99/92, individua esclusivamente i limiti di cui alla tab. IB dello stesso decreto legislativo per l’utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura ad eccezione degli idrocarburi non volatili (C10-C50) che non devono superare il valore limite di 1000 mg/kg. Valore che si intende comunque rispettato se la ricerca dei marker di cancerogenicità nella suddetta frazione idrocarburica, tramite estrazione con dimetilsolfossido (Dmso) secondo il metodo IP 346, dà un valore di estratto inferiore al 3% in peso (cfr. nota L all. VI reg. CE n. 1272/2008).

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