Il reato di “Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti” passa dal Testo unico ambientale al Codice penale

(a cura dello Studio Librici)

Il d. lgs. 1 marzo 2018, n. 21 abroga l’art. 260 del d. lgs. n. 152/2006, che disciplina le “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”, e lo inserisce con lo stesso testo nel Codice penale all’art. 452-quaterdecies, aggiunto ai sensi dell’art. 3.

La nuova disciplina sanzionatoria segue la precedente modifica del Codice penale introdotta dalla legge n. 68/2015 sugli eco-reati e sarà operativa dal prossimo 6 aprile.

Acque di vegetazione delle olive: assimilate alle acque reflue domestiche ai fini dello scarico nella pubblica fognatura solo alle condizioni previste dall’art. 101del T.U.A.

(a cura dello Studio Librici)

 

Le acque reflue di vegetazione delle olive sono assimilate alle acque reflue domestiche ai fini dello scarico nella pubblica fognatura soltanto se sono rispettate le condizioni stabilite dal comma 7 bis dell’art. 101 del D. Lgs. n. 152/06, introdotto dalla legge n. 221/2015, che recita testualmente ” "Sono altresì assimilate alle acque reflue domestiche, ai fini dello scarico in pubblica fognatura, le acque reflue di vegetazione dei frantoi oleari. Al fine di assicurare la tutela del corpo idrico ricettore e il rispetto della disciplina degli scarichi delle acque reflue urbane, lo scarico di acque di vegetazione in pubblica fognatura è ammesso, ove l'ente di governo dell'ambito e il gestore d'ambito non ravvisino criticità nel sistema di depurazione, per i frantoi che trattano olive provenienti esclusivamente dal territorio regionale e da aziende agricole i cui terreni insistono in aree scoscese o terrazzate ove i metodi di smaltimento tramite fertilizzazione e irrigazione non siano agevolmente praticabili, previo idoneo trattamento che garantisca il rispetto delle norme tecniche, delle prescrizioni regolamentari e dei valori limite adottati dal gestore del servizio idrico integrato in base alle caratteristiche e all'effettiva capacità di trattamento dell'impianto di depurazione".

 

Si tratta dunque di una norma chiarissima che vuole agevolare un settore produttivo, quello oleicolo, che incontra serie difficoltà nella gestione delle acque di vegetazione in territori nei quali il loro utilizzo per la fertirrigazione del terreno non è praticabile a causa della presenza di terrazzamenti o pendenze non compatibili con la pratica dello spandimento irriguo.

Vale la pena di evidenziare che, ove le acque di vegetazione non vengano scaricate in fognatura o non siano osservate le prescrizioni indicate dal suddetto comma, esse sono qualificate come acque reflue industriali con tutto quello che ne consegue in termini autoritativi e sanzionatori.

 

È altresì evidente che nel caso in cui, per dette acque, non sussistano i presupposti dello “scarico”, come definito all’art. 73, ff), ovvero che l’immissione sia effettuata esclusivamente tramite un sistema stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuità il ciclo di produzione del refluo con il corpo ricettore …, esse sono da considerarsi rifiuti e come tali devono essere gestite.

 

Lo ha sancito la Corte di Cassazione, Sez. 3^ penale, che con sent. n. 6998/2018 ha rilevato l’inammissibilità dei ricorsi - contro una sentenza del Tribunale di Benevento – nei quali si deduceva tra l’altro l’erronea applicazione dell’art. 101 del d. Igs. n. 152 del 2006 per come modificato dalla I. 28 dicembre 2015, n. 221. Secondo i ricorrenti la sentenza non avrebbe considerato che, ai sensi del comma 7 bis del citato articolo, le acque reflue di vegetazione dei frantoi oleari sono assimilate a quelle domestiche, sì che la loro condotta (collocazione delle acque di vegetazione in vasche di raccolta, reindirizzo tramite tubo delle stesse in un piazzale di cemento dal quale defluivano in un vallone e, poi, in un fiume),non avrebbe costituito più reato.

Rumore: in assenza di una misurazione contemporanea del rumore di fondo e del rumore ambientale, la prova dell'evento dannoso non sussiste.

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La Corte di Cass., Sez. 2^ civ, con sent. n. 1025/2018 ha rigettato il ricorso contro una sentenza della Corte di appello di Milano. Nello specifico il giudice, peritus peritorum, aveva dissentito motivatamente dalle conclusioni del ctu, argomentando “che non sia possibile prendere, a base della misurazione relativa all'eventuale superamento dei limiti differenziali, un valore del rumore misurato 32 minuti prima dell'inizio e 92 minuti prima della fine del periodo considerato”, in particolare nella fascia oraria compresa tra le 5 e le 7 antimeridiane, durante la quale, notoriamente, riprende la maggior parte delle attività umane dopo la pausa notturna.

Pertanto si era concluso che “in assenza di una misurazione del rumore di fondo effettuata nella fascia oraria nella quale si lamentava la violazione dei limiti differenziali, la prova dell'evento dannoso non poteva dirsi raggiunta e che non fossero stati violati i limiti legali assoluti né quelli differenziali”.

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