Applicazione della TARI alle attività produttive dopo l’emanazione del D. Lgs. n.116/2020: i chiarimenti del Ministero della transizione ecologica(MITE)

 (a cura dello Studio Librici)

A seguito dell’emanazione del decreto legislativo 3 settembre 2020, n. 116, sono state riscontrate talune problematiche in merito all’applicazione della TARI di cui all’art. 1 commi 639 e 668 della legge 27 dicembre 2013, n. 147 ai locali delle attività produttive.

Infatti, l’art. 183 del TUA, introducendo al comma 1, lett. b-ter), la definizione di “rifiuti urbani”, in conformità a quella comunitaria, e individuando, al punto 2, i rifiuti provenienti da altre fonti simili per natura e composizione ai rifiuti domestici, ha comportato il venir meno dei cosiddetti “rifiuti assimilati”, nonché il potere dei comuni di regolamentare l’assimilazione, già previsto dall’art. 198 lett. g del TUA, ora abrogato, dei rifiuti speciali non pericolosi ai rifiuti urbani, per qualità e quantità.

Le modifiche apportate dal D. Lgs. n.116/2020 all’art. 183 del TUA hanno determinato, quindi, l’uniformazione della classificazione dei rifiuti urbani su tutto del territorio nazionale, individuando nell’allegato L-quater i rifiuti simili per natura e composizione ai rifiuti domestici e nell'allegato L-quinquies le attività che li producono (art. 183 co. 1 lett. b-ter punto 2: i  rifiuti  indifferenziati  e  da  raccolta  differenziata provenienti da altre fonti che sono simili per natura e  composizione ai rifiuti domestici indicati nell'allegato L-quater  prodotti  dalle attività riportate nell'allegato L-quinquies).

Inoltre le modifiche introdotte, dallo stesso decreto, con il comma 2-bis dell’art. 198 del TUA contemplano la possibilità, per le utenze non domestiche, di conferire al di fuori del servizio pubblico i propri rifiuti urbani previa dimostrazione di averli avviati al recuperomediante attestazione rilasciata dal soggetto che effettua l'attività di recupero dei rifiuti stessi.

Ciò ha causato molte incertezze sulle modalità di calcolo e di applicazione della TARI ai locali in cui si generano rifiuti urbani di origine non domestica in considerazione, anche, dell'opzione del produttore/detentore di conferire o meno gli stessi al servizio pubblico di raccolta.

Pertanto, il Ministero della transizione ecologica (MITE) è intervenuto opportunamente sulla questione con i chiarimenti di cui alla circolare n. 37259 del 12 aprile 2021, condivisi con il Ministero delle Finanze.

Regolamento per la cessazione della qualifica di rifiuto da carta e cartone

(a cura dello Studio Librici)

Il 24 febbraio 2021 entra in vigore il Regolamento per la cessazione della qualifica di rifiuto da carta e cartone. Il Regolamento, emanato con il D.M. 22 settembre 2020, n.188 e pubblicato nella GURI n. 33 del 9 febbraio 2021, stabilisce i criteri specifici nel rispetto dei quali i rifiuti di carta e cartone cessano di essere qualificati come tali ai sensi e per gli effetti dell'articolo 184-ter del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

In particolare, nell’allegato 1 sono indicati i requisiti tecnici di conformità della carta e del cartone recuperati, che devono essere verificati con frequenza almeno semestrale e, in ogni caso, al variare delle caratteristiche dei rifiuti in ingresso.

Il Regolamento prevede l’adeguamento delle attività di recupero in esercizio, entro 180 giorni dalla sua entrata in vigore, tramite l’aggiornamento della comunicazione effettuata ai sensi dell’art. 216 del D. Lgs. n. 152/06; nelle more dell’adeguamento, i materiali recuperati, se conformi ai requisiti prescritti dal Regolamento, possono essere utilizzati per gli scopi specifici indicati all’art. 4 cioè “nella manifattura di carta e cartone ad opera dell'industria cartaria oppure in altre industrie che li utilizzano come materia prima” - allegato 2.

Rifiuti abbandonati in un sito industriale: obblighi del curatore fallimentare

(a cura dello Studio Librici)

Il curatore fallimentare di un sito industriale nel quale sono presenti rifiuti abbandonati mantiene gli obblighi di ripristino e di smaltimento dei rifiuti di cui all’art. 192 d.lgs. n. 152/2006 cui era tenuta la società fallita e i relativi costi gravano sulla massa fallimentare.

In tal senso si è pronunciato il Consiglio di Stato - con la sentenza 26 gennaio 2021, n. 3 - sulla questione posta all’esame dell’Adunanza plenaria al fine di stabilire se, a seguito della dichiarazione di fallimento, perdano giuridica rilevanza gli obblighi cui era tenuta la società fallita ai sensi dell’art. 192 sopra indicato.

L’Adunanza ritiene, infatti, che la posizione di detentore dei rifiuti, acquisita dal curatore dal momento della dichiarazione del fallimento dell’impresa, comporti la sua legittimazione passiva all’ordine di rimozione.

La responsabilità alla rimozione è connessa alla qualifica di detentore acquisita dal curatore fallimentare non in riferimento ai rifiuti, ma in virtù della detenzione del bene immobile inquinato su cui i rifiuti insistono e che, per esigenze di tutela ambientale e di rispetto della normativa nazionale e comunitaria, devono essere smaltiti.

 

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