Classificazione dei rifiuti con codici specchio – conclusioni dell’Avvocato generale presso la Corte di giustizia europea

Classificazione dei rifiuti con codici specchio – la Corte di giustizia europea si pronuncia sulle cause riunite C‑487/17 a C‑489/17

(a cura dello Studio Librici)

 

Con sentenza del 28 marzo 2019 sulle cause riunite da C-487/17 a C-489/17, la Corte di Giustizia Europea dirime i dubbi interpretativi sulle norme europee in materia di classificazione dei rifiuti con codice “a specchio”, alimentati, come si ricorderà, dall’annoso dibattito suscitato dai sostenitori della tesi «della certezza» - ovvero della «pericolosità presunta» - che, ispirandosi al principio di precauzione, propugnavano la pericolosità del rifiuto, salvo prova contraria, ed i sostenitori della tesi della «probabilità», secondo i quali, invece, il principio dello sviluppo sostenibile avrebbe imposto una valutazione della pericolosità del rifiuto mediante analisi appropriate

Pertanto il Giudice del rinvio poneva alla Corte di giustizia le seguenti domande pregiudiziali:

«1) Se l’allegato alla decisione [2014/955] ed il regolamento [n.1357/2014] vadano o meno interpretati, con riferimento alla classificazione dei rifiuti con voci speculari, nel senso che il produttore del rifiuto, quando non ne è nota la composizione, debba procedere alla previa caratterizzazione ed in quali eventuali limiti.

2) Se la ricerca delle sostanze pericolose debba essere fatta in base a metodiche uniformi predeterminate.

3) Se la ricerca delle sostanze pericolose debba basarsi su una verifica accurata e rappresentativa che tenga conto della composizione del rifiuto, se già nota o individuata in fase di caratterizzazione, o se invece la ricerca delle sostanze pericolose possa essere effettuata secondo criteri probabilistici considerando quelle che potrebbero essere ragionevolmente presenti nel rifiuto.

4) Se, nel dubbio o nell’impossibilità di provvedere con certezza all’individuazione della presenza o meno delle sostanze pericolose nel rifiuto, questo debba o meno essere comunque classificato e trattato come rifiuto pericoloso in applicazione del principio di precauzione».

Dopo le conclusioni dell’Avvocato generale presentate il 15 novembre 2018,

La Corte sentenzia:

1)L’allegato III della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, relativa ai rifiuti e che abroga alcune direttive, come modificata dal regolamento (UE) n. 1357/2014 della Commissione, del 18 dicembre 2014, nonché l’allegato della decisione 2000/532/CE della Commissione, del 3 maggio 2000, che sostituisce la decisione 94/3/CE che istituisce un elenco di rifiuti conformemente all’articolo 1, lettera a), della direttiva 75/442/CEE del Consiglio relativa ai rifiuti e la decisione 94/904/CE del Consiglio che istituisce un elenco di rifiuti pericolosi ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 4, della direttiva 91/689/CEE del Consiglio relativa ai rifiuti pericolosi, come modificata dalla decisione 2014/955/UE della Commissione, del 18 dicembre 2014, devono essere interpretati nel senso che il detentore di un rifiuto che può essere classificato sia con codici corrispondenti a rifiuti pericolosi sia con codici corrispondenti a rifiuti non pericolosi, ma la cui composizione non e immediatamente nota, deve, ai fini di tale classificazione, determinare detta composizione e ricercare le sostanze pericolose che possano ragionevolmente trovarvisi onde stabilire se tale rifiuto presenti caratteristiche di pericolo, e a tal fine può utilizzare campionamenti, analisi chimiche e prove previsti dal regolamento (CE) n. 440/2008 della Commissione, del 30 maggio 2008, che istituisce dei metodi di prova ai sensi del regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH) o qualsiasi altro campionamento, analisi chimica e prova riconosciuti a livello internazionale.

2) Il principio di precauzione deve essere interpretato nel senso che, qualora, dopo una valutazione dei rischi quanto più possibile completa tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie, il detentore di un rifiuto che può essere classificato sia con codici corrispondenti a rifiuti pericolosi sia con codici corrispondenti a rifiuti non pericolosi si trovi nell’impossibilità pratica di determinare la presenza di sostanze pericolose o di valutare le caratteristiche di pericolo che detto rifiuto presenta, quest’ultimo deve essere classificato come rifiuto pericoloso.

Quindi, la Corte, rispetto alle contrapposte tesi della “certezza” e della “probabilità”, indica, per la classificazione di un rifiuto con codice a specchio, un percorso equilibrato basato su una adeguata ricognizione del ciclo produttivo e di tutte le informazioni utili, comprese quelle date dall’analisi chimica, all’acquisizione della conoscenza della composizione del rifiuto in modo da attribuirgli il codice appropriato.

Ovviamente l’analisi chimica deve essere in grado di fornire una conoscenza della composizione del rifiuto sufficiente alla verifica delle caratteristiche di pericolo di cui all’all. III della direttiva 2008/98.Tuttavia, sostiene la Corte, “nessuna disposizione della normativa dell’Unione in questione può essere interpretata nel senso che l’analisi consista nel verificare l’assenza, nel rifiuto di cui trattasi, di qualsiasi sostanza pericolosa, cosicché il detentore del rifiuto sarebbe tenuto a rovesciare una presunzione di pericolosità di tale rifiuto”; e ricorda, ancora:

 

  • da un lato, che ai sensi dell’art. 4 della direttiva 2008/98, gli Stati membri devono, nell’applicare la gerarchia dei rifiuti, adottare misure appropriate per incoraggiare le opzioni che danno il miglior risultato ambientale complessivo, tenendo conto della fattibilità tecnica e della praticabilità economica, cosicché le disposizioni di detta direttiva non possono essere interpretate nel senso di imporre al detentore di un rifiuto obblighi irragionevoli, sia dal punto di vista tecnico che economico, in materia di gestione dei rifiuti.
  • Dall’altro lato, che la classificazione di un rifiuto con codici speculari in quanto “rifiuto pericoloso”, conformemente all’allegato, rubrica intitolata “Valutazione e classificazione”, punto 2, primo trattino, della decisione 2000/532, è opportuna solo quando tale rifiuto contiene sostanze pericolose che gli conferiscono una o più caratteristiche di pericolo di cui all’all. III della direttiva 2008/98. Ne consegue che il detentore di un rifiuto, pur non essendo obbligato a verificare l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa nel rifiuto in esame, ha tuttavia l’obbligo di ricercare quelle che possano ragionevolmente trovarvisi, e non ha pertanto alcun margine di discrezionalità a tale riguardo.  

Tale interpretazione, rileva la Corte, è anche conforme al principio di precauzione, posto che dalla giurisprudenza della Corte risulta che una misura di tutela quale la classificazione di un rifiuto come pericoloso s’impone soltanto qualora, dopo una valutazione dei rischi quanto più possibile completa tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie, sussistano elementi obiettivi che dimostrano che una siffatta classificazione è necessaria e, richiamando gli obblighi di cui all’articolo 4, paragrafo 2, terzo comma, della direttiva 2008/98 - secondo i quali gli Stati membri devono tener conto non soltanto dei principi generali in materia di protezione dell’ambiente di precauzione e sostenibilità, ma anche della fattibilità tecnica e della praticabilità economica, della protezione delle risorse nonché degli impatti complessivi sociali, economici, sanitari e ambientali -, rimarca come  il legislatore dell’Unione, nel settore specifico della gestione dei rifiuti, abbia inteso operare un bilanciamento tra il principio di precauzione, da un lato, e la fattibilità tecnica e la praticabilità economica, dall’altro, affinché i detentori di rifiuti non siano obbligati a verificare l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa nel rifiuto in esame, ma possano limitarsi a ricercare le sostanze che possono essere ragionevolmente presenti in tale rifiuto e valutare le sue caratteristiche di pericolo sulla base di calcoli o mediante prove in relazione a tali sostanze.

La sentenza, in sintesi, ai fini della classificazione di un rifiuto con codice a specchio, sostiene il criterio della ragionevolezza, da non confondersi con la discrezionalità, nell’individuazione delle sostanze da ricercare in base al ciclo produttivo da cui esso origina, alle sostanze impiegate e a tutte le informazioni disponibili.

Si allontana, così, definitivamente la preoccupazione del produttore/detentore di dovere eseguire un’analisi completa di tutte le sostanze potenzialmente presenti nel rifiuto, fino al 99,9% della sua massa, per poterne escludere la pericolosità; operazione complessa, spesso impossibile e, comunque, notevolmente dispendiosa, che portava all’attribuzione cautelativa del codice pericoloso a buona parte dei rifiuti con codici a specchio, non in linea con la sostenibilità tecnica ed economica della gerarchia dei rifiuti invocata dalla direttiva 2008/98.

 

Resta da stabilire come il produttore/detentore possa dimostrare di avere adempiuto correttamente l’obbligo della caratterizzazione e classificazione appropriata del rifiuto al fine di non incorrere nelle sanzioni previste dal D. Lgs. n. 152/2006 e dal Codice penale in caso di erronea caratterizzazione/classificazione di un rifiuto con codice speculare.

 

Sicuramente il produttore/detentore deve, in generale, caratterizzare e classificare i rifiuti prodotti secondo un approccio cautelativo e nel rispetto delle modalità indicate dal D. Lgs. n. 152/2006 e dal reg. (UE) n. 1357/2014; ed in particolare, per i rifiuti contraddistinti dal codice a specchio, egli deve giustificare la scelta del codice non pericoloso con una relazione tecnica, circostanziata e convincente, che evidenzi i criteri di scelta delle sostanze pericolose da analizzare, ragionevolmente presenti nel rifiuto in relazione al processo di produzione, le modalità di calcolo delle stesse ed ogni altra informazione disponibile e utile al percorso decisionale. 

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