Rumore: limiti tra esigenze di produzione e soddisfacimento di una normale qualità della vita secondo la recente giurisprudenza della Corte di Cassazione.

(a cura dello Studio Librici)

 

Il rumore è notoriamente motivo di un contenzioso sociale determinato frequentemente da interessi contrapposti: l’esigenza della produzione per quanti esercitano legittimamente un’attività rumorosa, da una parte, ed il diritto delle persone al soddisfacimento di una normale qualità della vita, dall’altra.

Al riguardo, per un corretto inquadramento sistematico della problematica è opportuno fare una distinzione tra la nozione di suono e quella di rumore:

  • Il suono consiste nella trasmissione attraverso un mezzo materiale delle vibrazioni generate nello stesso mezzo da una sorgente sonora in vibrazione;
  • Il rumore consiste, come per il suono, nella trasmissione delle vibrazioni attraverso un mezzo materiale ma tale da risultare non sopportabile.

 

Quindi, il rumore è il suono superiore al livello di gradevolezza ed accettabilità, percepito come fonte di disturbo fino a diventare, quando eccessivo, lesivo per la salute.

In tale contesto si inserisce la normativa di riferimento tra aspetti di natura penale, amministrativa e civile.

            In particolare l’art. 659 del codice penale punisce:

  1. a)con l’ammenda fino a 309 euro,  chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici
  2. con l’ammenda da 103 a 506 euro, chi esercita una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni della legge o le prescrizioni dell’Autorità;

            l’art. 10 della legge n. 447/95 (legge quadro sull’inquinamento acustico) punisce:

  1. con la sanzione amministrativa da 1.032 a 10.329 euro chiunque non ottemperi al provvedimento legittimamente adottato dall’Autorità competente tramite ordinanze contingibili ed urgenti in caso di necessità, fermo restando l’applicazione dell’art. 650 del cod. pen.
  2. con la sanzione amministrativa da 516 a 5.164 euro chiunque, nell’esercizio o nell’impiego di una sorgente fissa o mobile, supera i valori limite di emissione o di immissione nell’ambiente esterno o negli ambienti abitativi previsti dalla legge.
  3. Con la sanzione amministrativa da 258 a 10.329 euro la violazione dei regolamenti di esecuzione e delle disposizioni degli enti locali emanati in conformità alla legge n.447/95;

            l’art. 844 del codice civile prevede che “il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino se non superano la normale tollerabilità tenuto conto della condizione dei luoghi”.

 

    Dopo tanti anni dall’emanazione della legge n. 447/95 e numerosi procedimenti frequentemente arrivati al giudizio della Corte di Cassazione, a testimonianza della complessità della materia, in base alla giurisprudenza consolidatasi nel tempo si può tracciare una sintesi sui margini di applicazione delle norme sopra indicate.  Al proposito, vale la pena di ricordare la sentenza Corte di Cassazione, 3^ sez. penale n.5735 del 21 gennaio 2015, che così conclude:

“l'ambito di operatività dell'art. 659 cod. pen., con riferimento ad attività o mestieri rumorosi, deve essere individuato nel senso che,

 

  • qualora si verifichi esclusivamente il mero superamento dei limiti di emissione fissati secondo i criteri di cui alla legge 447/95, mediante impiego o esercizio delle sorgenti individuate dalla legge medesima, si configura il solo illecito amministrativo di cui all'art. 10, comma 2 della legge quadro;

 

  • quando, invece, la condotta si sia concretata nella violazione di disposizioni di legge o prescrizioni dell'autorità che regolano l'esercizio del mestiere o dell'attività, sarà applicabile la contravvenzione sanzionata dall'art. 659 comma 2 cod. pen., mentre,

 

  • nel caso in cui l'attività ed il mestiere vengano svolti eccedendo dalle normali modalità di esercizio, ponendo così in essere una condotta idonea a turbare la pubblica quiete, sarà configurabile la violazione sanzionata dall'art. 659, comma 1 cod. pen.”

 

Ancora diversa è la posizione della tutela civilistica di cui all’art. 844 del codice civile, posta a presidio dei rapporti di vicinato relativamente alle immissioni di rumori ed altro: esse devono essere sopportate se non eccedono “la normale tollerabilità”, e ciò avuto riguardo della condizione dei luoghi e nel rispetto sia delle esigenze della produzione sia delle ragioni della proprietà.

Come per l’applicazione della disposizione penale anche in questo caso si è aperto un lungo viatico giurisprudenziale sulla nozione di “normale tollerabilità” che ha spinto il Legislatore ad intervenire con l’introduzione della norma di interpretazione autentica dell’art. 6 ter della legge n. 13/2009 di conversione del decreto legge n. 208/200, rubricato specificamente “Normale tollerabilità delle immissioni acustiche” e che così recita: “nell’accertare la normale tollerabilità delle immissioni e delle emissioni acustiche, ai sensi dell’art.844 cc, sono fatte salve in ogni caso le disposizioni di legge e di regolamento vigenti che disciplinano specifiche sorgenti sonore e la priorità di un determinato uso”

La norma sembra voler chiarire che, nel rapporto tra privati, per l’individuazione dei limiti di tollerabilità, relativi alle immissioni acustiche, debba trovare applicazione la legge quadro sull’inquinamento acustico (legge n.447/95) ed il regolamento applicativo (D.P.C.M. 14.11.97), potendosi profilare, così, un effetto derogatorio e limitativo della portata dell’art. 844 c.c., con la conseguenza di apprestare tutela più alle esigenze della produzione che non alle ragioni della proprietà e della qualità della vita.

            In ordine a tale problematica giuridica, è intervenuta ancora la Corte di Cassazione 3^ Sezione civile con la sentenza 16 ottobre 2015, n. 20927, pronunciata a termine di un processo che ha visto coinvolto un soggetto esercente attività di intrattenimento musicale, regolarmente e in zona prevalentemente industriale, chiamato in causa insieme al comune con la richiesta di essere condannato alla riduzione delle immissioni acustiche nel vicino immobile entro i limiti della tollerabilità, nonché al risarcimento del danno biologico ed esistenziale subito dagli attori.

La Corte ha ribadito la validità di una lettura già consolidata dei rapporti tra art. 844 e legge n. 447/95, asserendo che “nell'ambito, non già della tutela della quiete pubblica ovvero del rapporto tra privati e PA, bensì dei rapporti tra privati, l'osservanza delle normative tecniche speciali, quali quelle qui invocate, non è dirimente nell'escludere l'intollerabilità delle immissioni (v. da ultimo Cass. n. 8474 del 2015); che la fattispecie deve essere vagliata secondo l'ordinario criterio di cui alla disposizione generale dell'articolo 844 cit., nel senso che il superamento della soglia codicistica di tollerabilità delle immissioni ben può essere riscontrata pur nell'accertato rispetto dei limiti di cui alla normativa tecnica”.

Proseguendo, la Corte si è soffermata sulla norma di interpretazione – sopra richiamata - di cui all’art.6 ter della legge n. 13/2009, e - richiamando l’ordinanza n. 103 del 2011 della Corte costituzionale -, ha negato che ad essa possa attribuirsi un’aprioristica portata derogatoria e limitativa rispetto alla norma dell’art. 844 c.c., e segnatamente al riferimento, da questa compiuto, al criterio della normale tollerabilità, quale criterio orientativo per la valutazione della liceità delle immissioni.

            Giova evidenziarlo di nuovo. È di fondamentale importanza centrare il contesto dei rapporti in cui ci si trova ad operare: da una parte, nel contesto dei rapporti intersoggettivi c.d. verticali, ovvero tra privato e P.A., e ai fini del perseguimento degli interessi di natura pubblicistica, le immissioni sonore sono legittime qualora non superino i limiti fissati dalla normativa tecnica; dall’altra, nel differente contesto dei rapporti intersoggettivi c.d. orizzontali, ovvero tra privati, le immissioni sono legittime qualora rispettino il limite della normale tollerabilità.

In questo modo, viene riconfermata l’assolutezza del diritto alla salute (art. 32 Cost.) – declinato nella specie del soddisfacimento di una normale qualità della vita (e, accanto ad esso, il diritto al rispetto della vita privata e familiare, di cui all’art. 8 CEDU) -, la cui necessità di protezione informa il settore delle immissioni e costituisce limite…intrinseco nell’attività di produzione, oltre che nei rapporti di vicinato.

Pertanto, è definitivamente cassata l’ipotesi interpretativa - sopra introdotta - che avrebbe voluto leggere nel testo della disposizione dell’art. 6 ter della legge n. 13/2009 un’inversione di priorità di tutela tra salute ed esigenze della produzione.

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