Il punto di campionamento degli scarichi contenenti sostanze pericolose: il Consiglio di Stato riapre il dibattito

(a cura dello Studio Librici)

 

Il Consiglio di Stato riapre il dibattito sul punto di campionamento ai fini del controllo degli scarichi contenenti sostanze pericolose con la sentenza 21 gennaio 2021, n. 652non in linea con la giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione sulla medesima problematica.

La sentenza riguarda uno stabilimento siderurgico munito di autorizzazione integrata ambientale – in seguito AIA-, rilasciata in un primo tempo nel 2012 e rinnovata con  la prescrizione, relativa alle acque reflue nei punti di scarico parziale provenienti dagli impianti di trattamento delle acque, di garantire il rispetto dei limiti stabiliti dalla tabella 3, dell'allegato 5 alla parte terza del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, per le sostanze di cui alla tabella 5 dell'allegato 5 alla parte terza del citato decreto; tabella che, com’è noto, elenca varie sostanze inquinanti come metalli pesanti, solventi e pesticidi.

Sostanzialmente lo stabilimento in questione produce acque reflue, provenienti sia dal processo produttivo vero e proprio, contenenti i metalli indicati nella predetta tabella 5 per le quali è previsto un trattamento specifico, sia dal raffreddamento dei prodotti d’acciaio, convogliate insieme attraverso un sistema di tubazioni e impianti di pompaggio al depuratore finale, che le scarica nel fiume tramite un unico punto di scarico.

L’Autorità competente aveva inserito nel provvedimento di rinnovo dell’AIA la prescrizione (contestata davanti al Consiglio di Stato) che equiparava, ai fini del rispetto dei valori limite, gli scarichi parziali allo scarico finale.

Il Collegio, analizzando l’art. 108 comma 5 del d. lgs. 152/2006,per le acque reflue industriali contenenti le sostanze pericolose di cui alla suddetta tabella 5,  considera corretta l’interpretazione proposta dalla difesa della parte ricorrente appellante, per cui la disposizione della prima parte del comma, relativa a un punto di “misurazione” e non di “campionamento”, sta a significare che negli impianti più complessi l’AIA per essi prevista può stabilire punti di prelievo aggiuntivi, diversi da quello finale a fini fiscali, nel senso che essi servono esclusivamente ad un migliore controllo tecnico dell’impianto. Nel caso di specie, l’AIA rilasciata è quindi da considerare legittima nella parte in cui prevede i punti di prelievo addizionali, illegittima nella sola parte in cui prevede che essi rilevino ai fini fiscali.

In conclusione, il Consiglio di Stato accoglie l’appello e, in riforma della sentenza impugnata, annulla il provvedimento di AIA nella parte in cui prescrive che i punti di campionamento ulteriori in uscita dagli scarichi parziali valgano ai fini fiscali, ovvero garantiscano “il pieno rispetto dei limiti agli scarichi stabiliti dalla tabella 3, dell'allegato 5 alla parte terza del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”, anche ai fini dell’applicazione delle sanzioni previste in caso di superamento, ribadendo che la loro prescrizione a fini diversi, non fiscali ovvero di controllo tecnico sul funzionamento dell’impianto, è legittima e non viene annullata.

Su un’analoga problematica oggetto di ricorso alla Corte di Cassazione, relativa all'esatta interpretazione del quinto comma dell'art. 108 del d. lgs. n.152/2006 - riguardante gli scarichi delle acque reflue industriali contenenti le sostanze pericolose della tabella 5 dell'allegato 5 -, ovvero se lo stesso indica il punto di prelievo alla fine dell'intero stabilimento produttivo o solo dopo una linea produttiva parziale, controllo intermedio, in ogni punto di uscita, la Corte, rigettando il ricorso, sentenziava (Cass. Sez. 3^ pen. sent. n.1296/2017 - Scarichi di sostanze pericolose):

“… il punto di campionamento del refluo industriale, va individuato nel punto di confluenza tra acque di processo ed acque di diluizione, sullo scarico proveniente dal ciclo lavorativo - industriale -, e non sullo scarico finale. …” 

“Pertanto le sostanze nocive non devono superare i limiti tabellari al momento dello scarico "dall'impianto di trattamento" (o dopo l'uscita dello stabilimento, solo se esiste un solo impianto di trattamento). Invero nelle ipotesi di più linee produttive con impianti di trattamento, i limiti non devono essere superati, dopo ognuno di essi; mentre all'uscita dello stabilimento se presente una sola linea di trattamento.

È questa l'unica interpretazione che evita l'accertamento dopo la confluenza delle acque di processo produttivo con le acque di diluizione, con risultati non genuini. È lo scarico proveniente dal ciclo produttivo che deve risultare nei limiti tabellari, non lo scarico finale - unito ad acque di diluizione -. Infatti la norma, quinto comma dell'art. 108, citato, non a caso indica i punti di accertamento sia in quello "subito dopo l'uscita dallo stabilimento", sia in quello "dall'impianto di trattamento"; con una disgiunzione "o", chiara, o l'uno o l'altro, a seconda della conformazione dell'impianto produttivo; unico - la prima ipotesi, subito dopo l'uscita dallo stabilimento - o con più linee produttive - la seconda ipotesi, dall'impianto di trattamento –“.

In particolare, il ricorrente contestava che il prelievo era stato effettuato subito dopo l'impianto di trattamento interno dello stabilimento servente una sola linea di produzione (linea di fosfatazione) e invece andava effettuato in quello indicato nell'autorizzazione amministrativa, cioè subito dopo l'uscita dallo stabilimento o dall'impianto di trattamento che serve lo stabilimento, evidenziando che il punto di prelievo indicato nell'autorizzazione amministrativa deve risultare vincolante anche per i controlli, e non solo per l'autorizzato. Inoltre espressamente l'art. 108, quinto comma, d. lgs. n. 152 del 3 aprile 2006 prevede il controllo: "... subito dopo l'uscita dallo stabilimento o dall'impianto di trattamento che serve lo stabilimento medesimo".

La dissonanza tra i due massimi Organi giurisdizionali è evidente, tuttavia la semplice lettura del comma 5 dell’art. 108 sembra privilegiare la posizione del Consiglio di Stato; infatti detto comma 5 prevede che per le acque reflue industriali contenenti le sostanze della tabella 5 dell'allegato 5  il punto di “misurazione dello scarico” sia fissato secondo quanto previsto nell’autorizzazione integrata ambientale per gli stabilimenti più complessi, per i quali necessita tale autorizzazione, e, per tutti gli altri, subito dopo l'uscita dallo stabilimento o dall'impianto di trattamento che serve lo stabilimento medesimo.

Inoltre, ai sensi del comma 5 dell’art. 101 del TUA, i valori limite di emissione non possono in alcun caso essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo e non è comunque consentito diluire con acque di raffreddamento, di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo gli scarichi parziali di acque reflue contenenti le sostanze della suddetta tabella 5 dell’allegato 5, prima del trattamento degli stessi per adeguarli ai limiti previsti dalla parte terza del TUA; trattamento che l’autorità competente, ai sensi del comma 4 del citato art. 101, può prescrivere su detti scarichi prima della loro confluenza nello scarico generale.

Rimane anche da ricordare che, tra i criteri generali della disciplina degli scarichi del citato art. 101, al comma 3 il punto immediatamente a monte della immissione nel recapito in tutti gli impluvi naturali, le acque superficiali e sotterranee, interne e marine, le fognature, sul suolo e nel sottosuolo è individuato come punto di riferimento per il campionamento da parte dell’autorità competente, salvo i casi in cui scarichi parziali contengano le sostanze pericolose di cui alla tabella 5 dell’allegato 5, per i quali, come sopra detto, l’autorità competente può adottare specifiche restrizioni, come un trattamento adeguato per la riduzione delle concentrazioni delle sostanze pericolose entro i limiti prescritti o in alternativa il loro isolamento dagli altri scarichi per avviarli allo smaltimento come rifiuti.

In sintesi, la lettura coordinata degli articoli della norma per la disciplina ed il controllo degli scarichi delle acque reflue conduce alle seguenti conclusioni:

  1. tutti gli scarichi, ad eccezione di quelli domestici e di quelli ad essi assimilati, devono essere resi accessibili per il campionamento immediatamente a monte della immissione nel recapito finale(art. 101 co. 3) e subito dopo l'uscita dallo stabilimento o dall'impianto di trattamento che serve lo stabilimento medesimo (art. 108 co. 5.), nel rispetto anche delle prescrizioni dell’autorità competente riguardanti il trattamento particolare di scarichi parziali contenenti le sostanze pericolose della tabella 5 dell'All. 5 prima della loro confluenza nello scarico generale o di altre eventuali prescrizioni tecniche e gestionali. Dove per “stabilimento”, secondo la definizione dell’art. 74 comma 1 lett. nn), deve intendersi tutta l'area sottoposta al controllo di un unico gestore, nella quale si svolgono attività commerciali o industriali che comportano la produzione, la trasformazione e/o l'utilizzazione di sostanze inquinanti (di cui all'All. 8 alla parte III del TUA), ovvero qualsiasi altro processo produttivo che comporti la presenza di tali sostanze nello scarico.

  2. Ogni stabilimento è caratterizzato da una diversa complessità e ampiezza, dalla presenza di uno o più impianti e linee di produzione e dalla generazione di acque reflue, con differente grado di contaminazione, che necessitano di uno o più sistemi di trattamento appropriati. Per tale ragione in ogni stabilimento può riscontrarsi la presenza di uno o più scarichi convogliati verso uno o più recapiti o corpi ricettori finali, con specifici punti (pozzetti) di campionamento, posizionati al limite dello stabilimento e immediatamente a monte del recapito finale e identificati nella planimetria allegata al provvedimento autorizzativo, nei quali deve essere eseguito il campionamento per il controllo. Quindi il provvedimento autorizzativo di uno stabilimento può contemplare uno o più scarichi con altrettanti punti di campionamento e di controllo, cosiddetto fiscale, cioè uno per ciascuno scarico finale.

  3. L’ “impianto”, secondo la definizione di cui al punto uu) dell’art. 74 del TUA, è l'unità tecnica permanente in cui sono svolte una o più attività (di cui all'All. I del Titolo III-bis della parte seconda del TUA riguardante l’AIA), e qualsiasi altra attività accessoria, che siano tecnicamente connesse con le attività svolte in uno stabilimento e possano influire sulle emissioni e sull'inquinamento; nel caso di attività non rientranti nel campo di applicazione del predetto Titolo III-bis, l'impianto si identifica nello stabilimento. Nel caso di attività rientranti nel suddetto campo di applicazione, l'impianto si identifica con il complesso assoggettato alla disciplina della prevenzione e controllo integrati dell’inquinamento (IPPC) ovvero con l’“installazione”, definita all’art. 5 punto i-quater) del TUA come l’unità tecnica permanente, in cui sono svolte una o più attività elencate all'all. VIII alla Parte II del TUA riguardante l’AIA e qualsiasi altra attività accessoria, che sia tecnicamente connessa con le attività svolte nel luogo suddetto (l’installazione?) e possa influire sulle emissioni e sull'inquinamento (n.b. l’all. I del Titolo III-bis della parte seconda del TUA non esiste con tale numerazione, esso è stato introdotto dal D. Lgs. n. 46/2014 come allegato VIII alla parte seconda). Quindi uno stabilimento può comprendere uno o più impianti o unità tecniche permanenti e attività accessorie, tecnicamente connesse con altre attività svolte nel medesimo stabilimento, determinanti ai fini delle emissioni e dell’inquinamento. Nel caso di attività non rientranti nel campo di applicazione dell’AIA, l’impianto o gli impianti e le eventuali attività accessorie tecnicamente connesse, ricadenti in tutta l'area sottoposta al controllo di un unico gestore, si identificano con lo stabilimento, invece nel caso di attività rientranti in detta disciplina il singolo impianto e le attività accessorie tecnicamente connesse si identificano con l’installazione ovvero l’unità tecnica permanente il cui esercizio necessita dell’AIA; e in uno stabilimento possono coesistere più impianti, tecnicamente non connessi, costituenti singole installazioni.

  4. Riguardo alla nozione di “impianto”, la Corte di Giustizia europea, con sentenza del 29 aprile 2021 sulla causa C‑617/19 relativa allo stabilimento della Granarolo, “ha dichiarato che un’attività è direttamente associata a un’attività di cui all’allegato I della direttiva suddetta (Dir. 2003/87/CE) quando è essenziale al suo esercizio e tale nesso diretto è, inoltre, concretato dalla presenza di un collegamento tecnico in circostanze in cui l’attività considerata è integrata nel processo tecnico globale dell’attività di cui al citato allegato I”. Pertanto un’attività è direttamente associata ed accessoria ad un’altra e costituisce con essa un unico impianto, se è funzionale e necessaria per il suo esercizio ed è tecnicamente integrata nel processo di produzione.   

  5. Il provvedimento di autorizzazione allo scarico può contenere prescrizioni sulle modalità di convogliamento e di gestione delle acque reflue dei vari impianti e delle aree dello stabilimento, nonché su eventuali trattamenti particolari a servizio di taluni impianti al fine di ridurre la concentrazione delle sostanze pericolose della tabella 5 dell’allegato  5 alla parte terza del TUA nelle acque reflue entro i limiti prescritti prima della loro miscelazione con altre acque reflue dello stabilimento.

  6. Il superamento dei valori limite previsti nei punti di campionamento “fiscali” del provvedimento autorizzativo, è sanzionato amministrativamente dall’art. 133 o penalmente dall’art. 137 comma 2 se il superamento riguarda le sostanze pericolose della tab. 5 dell’allegato 5.

  7. Anche l’inosservanza delle prescrizioni riguardanti le suddette sostanze pericolose è sanzionata penalmente dall’art. 137 comma 3.

Da quanto sopra detto scaturisce che, ai fini del controllo degli scarichi di uno stabilimento, non è utile identificare punti di controllo “fiscale” aggiuntivi nei vari scarichi parziali rispetto a quelli previsti per il controllo degli scarichi cumulativi terminali,  è, invece, indispensabile che il provvedimento autorizzativo sia ben definito e contenga le prescrizioni necessarie per evitare che il conseguimento dei valori limite previsti dalla norma avvenga in modo fraudolento. A tal proposito è opportuno precisare che la prescrizione del rispetto dei valori limite previsti dalla parte III del TUA per lo scarico delle sostanze pericolose di cui alla tabella 5 dell’allegato 5, più volte citata, per taluni scarichi parziali, non rileva ai fini del controllo “fiscale” dello scarico, che è eseguito tramite il campionamento effettuato in punti definiti posizionati di norma a margine dello stabilimento e immediatamente a monte del recapito finale, bensì ai fini dell’inosservanza della specifica prescrizione.

Quindi la discrasia giuridica tra il Consiglio di Stato e la Corte di Cassazione non determina, di fatto, una grande criticità sul piano del controllo degli scarichi, nella considerazione che tanto il superamento dei valori limite di concentrazione per le sostanze pericolose nelle acque reflue in scarichi parziali, quanto l’inosservanza delle prescrizioni per la gestione delle stesse acque o per la conduzione di specifici sistemi di trattamento a monte dei suddetti scarichi sono sanzionati penalmente ed in modo quasi equivalente. 

Utilizzazione agronomica del digestato equiparato

(a cura dello Studio Librici)

Con il comma 527 dell’art. 1 della legge di bilancio 27 dicembre 2020, n. 169, viene modificato il decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali 25 febbraio 2016, pubblicato nel s.o. della GURI n. 90 del 18 aprile 2016, recante criteri e norme tecniche generali per la disciplina regionale dell’utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento e delle acque reflue, nonché per la produzione e l’utilizzazione agronomica del digestato.

In particolare  

a) all’art. 3,  è inserita la nuova definizione: o-bis) “digestato equiparato”: prodotto ottenuto dalla digestione anaerobica di sostanze e materiali di cui agli articoli 27 e 29 in ingresso in impianti di produzione di energia elettrica alimentati a biogas e facenti parte del ciclo produttivo di una impresa agricola che, conformemente alle disposizioni per la cessazione della qualifica di rifiuto di cui all’articolo 184-ter del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, rispetti i requisiti e le caratteristiche stabiliti per i prodotti ad azione sul suolo di origine chimica; e

b) al titolo IV, dopo il capo IV è inserito il  capo IV-bis relativo all’utilizzazione agronomica del digestato equiparato contenente i seguenti articoli

art. 31-bis. – (Condizioni di equiparabilità) – 1. Sono condizioni di equiparabilità del digestato ai prodotti ad azione sul suolo di origine chimica:

a) una percentuale di azoto ammoniacale su azoto totale superiore al 70 per cento;

b) un livello di efficienza di impiego superiore all’80 per cento rispetto alle condizioni di utilizzo;

c) un’idonea copertura dei contenitori di stoccaggio e della frazione liquida ottenuta dalla separazione;

d) una distribuzione in campo con sistemi a bassa emissività;

e) un utilizzo di sistemi di tracciabilità della distribuzione con sistemi GPS.

Art. 31-ter. – (Modalità di utilizzo) – 1. Al fine di risanare le zone vulnerabili dall’inquinamento da nitrati, la quantità di apporto del digestato equiparato non deve, in ogni caso, determinare la presenza di tenori in azoto superiori a quelli ammessi per ogni singola coltura.

2. Le regioni e le provincie autonome di Trento e di Bolzano possono disporre l’applicazione del digestato equiparato anche nei mesi invernali in relazione agli specifici andamenti meteorologici locali, agli effetti sulle colture e alle condizioni di praticabilità dei suoli, da escludersi nelle zone vulnerabili.

Art. 31-quater. – (Controlli) – 1. L’utilizzazione agronomica del digestato equiparato è subordinata all’esecuzione di almeno due analisi chimiche che dimostrino il rispetto delle caratteristiche dichiarate, da trasmettere, a cura dell’interessato, alla competente autorità regionale o provinciale.

2. Le analisi di cui al comma 1 sono svolte dai laboratori di analisi competenti a prestare i servizi necessari per verificare la conformità dei prodotti di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 29 aprile 2010, n. 75, e sono sottoposti al controllo del Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari ».

La modifica origina dalle disposizioni dell’art. 52 comma 2-bis del D.L. n.83/2012 (misure urgenti per la crescita del Paese), convertito con modificazioni nella legge  n. 134/2012. Esse, infatti, individuano come sottoprodotto, ai sensi dell’art. 184 bis del D. Lgs. N. 152/2006, il digestato ottenuto dalla digestione anaerobica di effluenti di allevamento, di  residui di origine vegetale, di residui delle trasformazioni o delle valorizzazioni delle produzioni vegetali effettuate dall'agro-industria, conferiti come sottoprodotti in impianti aziendali o interaziendali ed utilizzato ai fini agronomici,  e prevedono l’emanazione di un decreto del  Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, di concerto con il Ministero dell'ambiente, nel quale siano definite, anche, le caratteristiche e le  modalità  di  impiego del digestato equiparabile, per quanto attiene agli effetti fertilizzanti e all'efficienza di uso, ai concimi di origine chimica.

Il digestato equiparato ai prodotti ad azione sul suolo di origine chimica ossia ai concimi chimici, secondo la definizione suddetta, è ottenuto dalla digestione anaerobica di sostanze e materiali di cui agli articoli 27 e 29 (del D.M. 25/02/2016) in ingresso in impianti di produzione di energia elettrica alimentati a biogas e facenti parte del ciclo produttivo di una impresa agricola.

 A tal riguardo è da notare che l’art. 27(produzione del digestato agrozootecnico) non individua le sostanze ed i materiali da utilizzare bensì le modalità di esercizio degli impianti di produzione e le caratteristiche di qualità del digestato; l’art. 29(utilizzazione del digestato agroindustriale), invece, indica, al comma 1, le sostanze ed i materiali in ingresso agli impianti per la produzione del digestato agroindustriale utilizzabile come sottoprodotto a fini agronomici e, ai commi 2 e 3, l’esclusione dall’utilizzo agronomico e dalla qualifica di sottoprodotto del digestato ottenuto con materiali e sostanze non conformi o diversi da quelli prescritti e la qualificazione dello stesso come rifiuto, con i conseguenti obblighi gestionali ed autorizzativi ai sensi della parte IV del d. lgs. n. 152/2006.

Sembrerebbe, quindi, che la definizione di "digestato equiparato" si riferisca al prodotto ottenuto dal recupero del digestato agrozootecnico e del digestato agroindustriale, già rifiuti, in impianti di produzione di energia elettrica, inseriti nel ciclo produttivo di imprese agricole, a seguito del quale, in conformità del disposto dell’art. 184-ter del D. Lgs. n. 152/2006, opererebbe la cessazione della qualifica di rifiuto nel rispetto delle condizioni di equiparabilità introdotte nel D.M. 25/02/2016 dall’art. 31-bis sopraindicato.

Tuttavia è verosimile, a nostro avviso, che il riferimento alla digestione anaerobica di sostanze e materiali di cui agli articoli 27 e 29, nella definizione di digestato equiparato, riguardi le sostanze ed i materiali indicati nell’art. 22 comma 3 del D.M. 25/02/2016 per la produzione del digestato agrozootecnico e del digestato agroindustriale destinati all’utilizzazione agronomica, vale a dire le sostanze ed i materiali originari, non sottoposti già a digestione anaerobica, in quanto più adatti alla produzione di biogas.

Pertanto, al fine di evitare equivoche interpretazioni della norma in questione, sarebbe auspicabile un chiarimento del Ministero competente.

Ovviamente, per il digestato equiparato, il rispetto delle condizioni di equiparabilità e di utilizzo agronomico contenute nel decreto ministeriale costituiscono requisito indispensabile per la qualificazione dello stesso come prodotto, diversamente esso assumerebbe la qualifica di rifiuto con i conseguenti obblighi gestionali ed autorizzativi previsti dal D. Lgs. n. 152/2006.

Acque di vegetazione delle olive: assimilate alle acque reflue domestiche ai fini dello scarico nella pubblica fognatura solo alle condizioni previste dall’art. 101del T.U.A.

(a cura dello Studio Librici)

 

Le acque reflue di vegetazione delle olive sono assimilate alle acque reflue domestiche ai fini dello scarico nella pubblica fognatura soltanto se sono rispettate le condizioni stabilite dal comma 7 bis dell’art. 101 del D. Lgs. n. 152/06, introdotto dalla legge n. 221/2015, che recita testualmente ” "Sono altresì assimilate alle acque reflue domestiche, ai fini dello scarico in pubblica fognatura, le acque reflue di vegetazione dei frantoi oleari. Al fine di assicurare la tutela del corpo idrico ricettore e il rispetto della disciplina degli scarichi delle acque reflue urbane, lo scarico di acque di vegetazione in pubblica fognatura è ammesso, ove l'ente di governo dell'ambito e il gestore d'ambito non ravvisino criticità nel sistema di depurazione, per i frantoi che trattano olive provenienti esclusivamente dal territorio regionale e da aziende agricole i cui terreni insistono in aree scoscese o terrazzate ove i metodi di smaltimento tramite fertilizzazione e irrigazione non siano agevolmente praticabili, previo idoneo trattamento che garantisca il rispetto delle norme tecniche, delle prescrizioni regolamentari e dei valori limite adottati dal gestore del servizio idrico integrato in base alle caratteristiche e all'effettiva capacità di trattamento dell'impianto di depurazione".

 

Si tratta dunque di una norma chiarissima che vuole agevolare un settore produttivo, quello oleicolo, che incontra serie difficoltà nella gestione delle acque di vegetazione in territori nei quali il loro utilizzo per la fertirrigazione del terreno non è praticabile a causa della presenza di terrazzamenti o pendenze non compatibili con la pratica dello spandimento irriguo.

Vale la pena di evidenziare che, ove le acque di vegetazione non vengano scaricate in fognatura o non siano osservate le prescrizioni indicate dal suddetto comma, esse sono qualificate come acque reflue industriali con tutto quello che ne consegue in termini autoritativi e sanzionatori.

 

È altresì evidente che nel caso in cui, per dette acque, non sussistano i presupposti dello “scarico”, come definito all’art. 73, ff), ovvero che l’immissione sia effettuata esclusivamente tramite un sistema stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuità il ciclo di produzione del refluo con il corpo ricettore …, esse sono da considerarsi rifiuti e come tali devono essere gestite.

 

Lo ha sancito la Corte di Cassazione, Sez. 3^ penale, che con sent. n. 6998/2018 ha rilevato l’inammissibilità dei ricorsi - contro una sentenza del Tribunale di Benevento – nei quali si deduceva tra l’altro l’erronea applicazione dell’art. 101 del d. Igs. n. 152 del 2006 per come modificato dalla I. 28 dicembre 2015, n. 221. Secondo i ricorrenti la sentenza non avrebbe considerato che, ai sensi del comma 7 bis del citato articolo, le acque reflue di vegetazione dei frantoi oleari sono assimilate a quelle domestiche, sì che la loro condotta (collocazione delle acque di vegetazione in vasche di raccolta, reindirizzo tramite tubo delle stesse in un piazzale di cemento dal quale defluivano in un vallone e, poi, in un fiume),non avrebbe costituito più reato.

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