• Le acque meteoriche di dilavamento nella recente sentenza della Corte di Cassazione n. 11128/2021

    Le acque meteoriche di dilavamento nella recente sentenza della Corte di Cassazione n. 11128/2021

    (a cura dello Studio Librici)

    Con la sentenza n. 11128 del 23 marzo 2021, relativa a un punto di vendita e distribuzione carburanti, la Corte di Cassazione analizza la questione relativa alle acque meteoriche di dilavamento, effettuando una pregevole sintesi della propria giurisprudenza in relazione alle modifiche apportate alla definizione delle acque reflue industriali nel D. Lgs. n. 152/2006 (TUA).

    A tal fine, la Corte prende in considerazione gli articoli 74 e 113 del TUA, nella loro formulazione originaria: in particolare l'art. 74, nella lettera h), definiva "acque reflue industriali: qualsiasi tipo di acque reflue provenienti da edifici od installazioni in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, differenti qualitativamente dalle acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento, intendendosi per tali anche quelle venute in contatto con sostanze o materiali, anche inquinanti, non connessi con le attività esercitate nello stabilimento".

    Questa definizione effettuava una netta distinzione tra le acque meteoriche di dilavamento, in ragione della loro natura, e quelle industriali; distinzione rimanente anche nel caso in cui dette acque fossero contaminate da sostanze o materiali, anche inquinanti, estranei al processo produttivo.

    In tale contesto la giurisprudenza della Suprema Corte affermava che le acque meteoriche di dilavamento - identificate come le acque piovane che, depositandosi su suolo impermeabilizzato, dilavano le superfici attingendo indirettamente i corpi recettori - non rientravano, di norma, tra le acque reflue industriali, salvo che le stesse venissero contaminate da sostanze o materiali impiegati nello stabilimento, nel qual caso erano da considerarsi reflui industriali, come aveva sentenziato anche in precedenza(Sez.3, n. 33839 del 5/7/2007, Lanza).

    Con la nuova definizione di "acque reflue industriali", introdotta nell'art. 74, lett. h) d.lgs. 152/06 dal D. Lgs. n. 4/2008: "qualsiasi tipo di acque reflue scaricate da edifici od impianti in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, diverse dalle acque reflue domestiche e dalle acque meteoriche di dilavamento", veniva eliminato il precedente riferimento alla differenza qualitativa, valorizzando quindi, secondo parte della dottrina, la provenienza del refluo ai fini della distinzione tra diverse tipologie ed eliminando quella che veniva definita come una espressa assimilazione delle acque meteoriche di dilavamento alle acque reflue industriali.

    Pertanto, sulla base di tali modifiche, la dottrina riteneva esclusa dal legislatore qualsiasi equiparazione delle acque meteoriche di dilavamento a quelle reflue industriali, restando le prime unicamente disciplinate dall'art. 113 d.lgs. 152/2006, il quale attribuisce alle regioni una specifica competenza in materia.

    E in tal senso, la Corte di Cassazione, affermava che l'eliminazione dell'inciso nella citata disposizione non aveva affatto ampliato il concetto di "acque meteoriche di dilavamento", distinguendolo invece da quello delle acque reflue industriali e domestiche e restringendolo alle sole acque meteoriche, con la conseguenza che le acque meteoriche, comunque venute in contatto con sostanze o materiali, anche inquinanti, non possono essere incluse nella categoria delle acque meteoriche di dilavamento per espressa volontà di legge. Si sono poi susseguite altre sentenze della Corte Suprema con le quali venivano sanzionate come acque reflue industriali le acque meteoriche di dilavamento contaminate da materiali stoccati sul piazzale dello stabilimento dell'impresa e, in analogia con esse, anche le acque meteoriche e di dilavamento contaminate da oli minerali ed altre sostanze inquinanti provenienti da veicoli sequestrati in stato di sostanziale abbandono.

    Ora, con la sentenza in commento la Corte di Cassazione, proprio in considerazione della variabilità che ha caratterizzato nel tempo la tematica delle acque meteoriche e di dilavamento, ritiene di intervenire ancora con nuove considerazioni aderenti al quadro dell’indirizzo giurisprudenziale maggioritario.

    La Corte rileva che, prima e dopo le modifiche, nell'art. 74 lett. h), le acque meteoriche di dilavamento erano considerate al solo fine di definire le acque reflue industriali, che si caratterizzano, infatti, per la loro diversità, non soltanto rispetto alle acque reflue domestiche, ma anche alle acque meteoriche di dilavamento. Queste ultime costituiscono, conseguentemente, un'autonoma categoria, diversa pure da quella delle acque reflue, disciplinata insieme alle acque di prima pioggia dall'art. 113 del d.lgs. 152/2006 che assegna alle regioni, nel primo comma, il compito di individuare e attuare, ai fini della prevenzione di rischi idraulici ed ambientali, previo parere del Ministero:

    a) le forme di controllo degli scarichi di acque meteoriche di dilavamento provenienti da reti fognarie separate;

    b) i casi in cui può essere richiesto che le immissioni delle acque meteoriche di dilavamento, effettuate tramite altre condotte separate, siano sottoposte a particolari prescrizioni, ivi compresa l'eventuale autorizzazione.

    Si tratta, in questi casi, di acque meteoriche di dilavamento che mantengono la loro originaria natura e prive di contaminanti pericolosi, oltre le polveri e i detriti eventualmente presenti nel suolo.

    In questo primo comma il legislatore si è dunque riferito ad una ipotesi di dilavamento che potrebbe definirsi "ordinaria" e che riguarda le acque meteoriche le quali, come poi precisato nel secondo comma, se non disciplinate ai sensi del comma 1 non sono soggette ai vincoli o alle prescrizioni derivanti dalla parte terza del d.lgs. 152/06.

    Il terzo comma del citato art. 113, invece, prende in considerazione situazioni diverse, stabilendo che alle regioni è attribuito il potere di disciplinare i casi in cui potrebbe rendersi necessario che le acque di prima pioggia e quelle di lavaggio delle aree esterne siano convogliate e opportunamente trattate in impianti di depurazione per particolari situazioni in cui, in relazione alle attività svolte, vi sia il rischio di dilavamento da superfici impermeabili scoperte di sostanze pericolose o di sostanze che creano pregiudizio per il raggiungimento degli obiettivi di qualità dei corpi idrici.

    Si tratta, in questo caso, di acque - ritenute meritevoli di maggiore attenzione – di origine non soltanto naturale (acque di prima pioggia), ma anche volontaria (lavaggio di aree esterne) in cui la presenza di un pericolo di contaminazione richiede particolari accorgimenti come il convogliamento e la depurazione delle medesime.

    Emerge, quindi, la netta distinzione tra le acque meteoriche di dilavamento in genere, supposte non contaminate dall'art. 113, commi 1 e 2, e quelle di prima pioggia e di lavaggio delle aree esterne per i casi in cui il rischio di dilavamento di sostanze pericolose possa pregiudicare il raggiungimento degli obiettivi di qualità dei corpi idrici e ne richieda, pertanto, il convogliamento ed il trattamento in impianti di depurazione.

    Al di fuori di tali casi specifici riaffiora, dunque, il problema di come valutare i casi differenti che non rientrano nelle previsioni dell'art. 113, dovendosi senz'altro escludere che, in mancanza dei presupposti per l'applicazione di tale disposizione o in assenza di specifiche disposizioni regionali, situazioni che possono anche determinare un serio pericolo di inquinamento debbano intendersi sottratte alle disposizioni del d.lgs.152/06, come il caso delle acque meteoriche di cui al secondo comma dell’art.113, escluse dai vincoli della norma in quanto non contaminate diversamente da quelle disciplinate ai commi 1 e 2.

    Invece, nel caso in cui le acque meteoriche trascinino sostanze pericolose, normalmente non presenti nelle aree esterne e derivanti anche dai diversi cicli produttivi aziendali, perdendo la loro caratteristica originaria, è necessario valutare la possibilità che tali reflui possano essere qualificati come reflui industriali, ai sensi dell’art. 74 lett. f), considerando, a tal fine, che la differenza sostanziale tra questi ultimi e le acque reflue domestiche è da riscontrare nella diversa composizione delle acque reflue domestiche, riconducibile prevalentemente al metabolismo umano e alle attività domestiche, rispetto alle acque reflue industriali, la cui assimilazione a quelle domestiche ai sensi dell’art. 101 co 7 lett. e), rimane esclusa ove esse derivino da attività che non attengono strettamente alla coabitazione ed alla convivenza di persone, al prevalente metabolismo umano ed alle attività domestiche, indipendentemente dal loro grado e tipo di contaminazione.

    Nello specifico è inconfutabile che le acque meteoriche contaminate da sostanze pericolose non abbiano alcuna attinenza con il metabolismo umano e le attività domestiche, quindi la provenienza da edifici od impianti in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni ed il relativo sistema di convogliamento, stabile e ininterrotto, al corpo ricettore ne connotano l’origine industriale e ad esse va applicata la disciplina degli scarichi. Diversamente, ove dette acque defluiscano liberamente sul suolo o non siano raccolte con un sistema di collettamento stabile e ininterrotto soggiacciono alla disciplina dei rifiuti.

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